Beatrice Venezi: intervista al direttore d'orchestra, personaggio influente del mondo della musica classica e dei social.

Secondo Forbes è tra i "100 leaders del futuro under 30". Direttore d'orchestra, personaggio influente del mondo della musica classica e dei social. Ha diretto la Nuova Scarlatti di Napoli, la Filarmonica di Lucca e l'Orchestra Milano Classica, per citarne alcune. Fin qui tutto normale. Se non fosse che è donna (ed è anche bellissima).

- Mi sono permessa di scrivere che sei bellissima, ma non è soltanto un complimento. Lo vedo come un ulteriore ostacolo, da aggiungere al fatto che sei donna e giovane, mi sbaglio?
- È così a tutti gli effetti. Siamo ancora legati al cliché insano che una persona di cultura debba necessariamente rinunciare alla cura del proprio aspetto. Come se non potessero convivere nella stessa persona la cura dell’intelletto e della fisicità. È molto limitante, in particolare per le donne. Negli uomini, invece, l’aspetto fisico è un valore aggiunto. Poi, insomma, io sono anche bionda, parto molto svantaggiata!

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- Non è un segreto che il mondo dei teatri italiani, dai sovrintendenti ai direttori artistici, sia fortemente maschilista. E il pubblico italiano?
- Il pubblico no, devo dire che ricevo grande affetto da parte degli spettatori. Questo accade sia in Italia che all'estero, anche in contesti come la Georgia, l’Armenia. Ho trovato sempre una curiosità positiva.

- Quando si parla di leadership, si fanno spesso paragoni con la conduzione di un'orchestra, e la gestione del team da parte dei leader si è evoluta radicalmente negli anni. Oggi si valorizza, si incentiva, si responsabilizza. È cambiato anche il rapporto direttore - orchestra, dai tempi di Toscanini?
- Deve necessariamente cambiare. Io sono una fan di un’idea di leadership che miri a valorizzare il singolo nelle sue capacità. È chiaro che questo presuppone la volontà da parte delle persone di assumersi delle responsabilità e, parliamoci chiaro, non sempre trovo nelle orchestre questa predisposizione. È più facile mettere tutto sulle spalle del direttore. La diversa attitudine a questa nuova modalità dipende molto dal contesto culturale e geografico in cui ci si trova, bisogna tenerne conto quando si sale sul podio. L’orchestra è, in questo senso, lo specchio della società.

- Una volta, dietro le quinte, ho nominato Chiara Ferragni: dicevo che se andasse più spesso a teatro potrebbe smuovere l'interesse dei giovani. Qualcuno è impallidito, altri mi hanno preso per pazza. E se gli influencer facessero diventare il teatro un luogo cool, anche per chi non si intende di musica? È una sciocchezza?
- Gli artisti rifiuano questo genere di apertura perché conoscere e poter comprendere una materia così oscura come la musica, è una forma di potere. Avremmo da guadagnarne tutti a sfruttare questi canali per arrivare alle masse, ma preferiamo chiuderci in un contesto elitario per tutelare la nostra posizione. Le istituzioni non sanno essere abbastanza cool, per questo abbiamo bisogno di figure del genere che sanno attrarre… cosa che non sanno fare i teatri italiani. Abbiamo fortemente bisogno di realtà manageriali competenti, non possiamo stare ad aspettare soltanto il finanziamento pubblico, in nessun altro paese funziona così. All’estero esistono esempi di sinergie di successo fra pubblico e privato, che qua vediamo in pochissime realtà. Non dimentichiamo che l’opera è nata come espressione popolare ed è stata snaturata negli ultimi tempi: pensa che oggi nei teatri è vietato parlare di “intrattenimento”, la musica deve essere per forza un’esperienza con uno scopo altamente superiore a quello dell’intrattenimento.

- Esiste un percorso di studi ideale per diventare direttore d'orchestra?
- Io ho iniziato con il pianoforte, poi ho studiato composizione e direzione d’orchestra, lavorando nel frattempo come maestro collaboratore. Mi occupo di repertorio sia operistico che sinfonico, ma credo che sia importante dedicare molto tempo allo studio dell’opera: capire come accompagnare e sostenere i cantanti, respirare con loro, sviluppa una sensibilità particolare.

- Il sogno realizzato e quello da realizzare?
- I sogni da realizzare sono tantissimi, sono palcoscenici da calcare e progetti legati alla divulgazione musicale. Un sogno realizzato sicuramente il Puccini Day al Lucca Summer Festival nel 2018: nel cuore della città sono arrivate più di cinquemila persone ed è stata la dimostrazione che la musica classica può essere anche pop.

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- Un grazie, uno soltanto, a chi lo direbbe?
- Al mio primo maestro Piero Bellugi. Perché mi ha insegnato quanto l’umanità influisca sul fare musica. Lui non era soltanto un grande musicista, era un essere umano straordinario. Generoso. Ha sempre creduto nelle mie potenzialità, senza mai farmi pesare il fatto di essere una donna. Poi mi sono scontrata con la realtà, ma quando ho cominciato con lui, tutto è stato molto naturale.

Intervista di Giusi Cuccaro

Fotografie di Lorenzo Montanelli